
“Mi auguro che possiamo essere fonte di ispirazione per le giovani veliste di domani.”
— Alice Linussi, velista
– L’esperienza in Coppa America è sì un’esperienza mista come creazione di un team, poi le regate sono solo tra donne: innegabilmente è una tappa di un percorso che poterà più donne in Coppa America; tu come ti inserisci in questo percorso?
Far parte di un team così grande ti fa apprezzare immediatamente la professionalità che lo caratterizza. Tutti lavorano verso un obiettivo comune e nonostante la nostra regata sia un evento separato dalla Coppa America vera e propria, le persone si sono sempre comportate da vero team nei nostri confronti. Siamo sempre state coinvolte in ogni aspetto e siamo le fan numero uno dell’equipaggio dell’AC75. Sono certa che lo stesso entusiasmo sarà ricambiato nei nostri confronti. Credo che il nostro evento, dedicato esclusivamente alle donne, stia avendo enorme visibilità, e spero sia solo l’inizio. Mi auguro che possiamo essere fonte di ispirazione per le giovani veliste di domani.
– Guardando le attività che svolgi con la lente dell’inclusione, come valuti il percorso dei team di Coppa America verso una maggior apertura alle donne?
Credo che il fatto di avere una regata dedicata a noi, con un livello di visibilità così elevato, rappresenti già un grande passo avanti. Fino alla scorsa edizione della Coppa America, un’integrazione del genere sarebbe stata impensabile. Ovviamente molto dipenderà da chi vincerà, ma penso che, come è successo nel SailGP, dove c’è già una donna a bordo, anche in Coppa America stiamo andando nella giusta direzione.
– Questione di forza: quanto conta la forza fisica in un contesto come la Coppa America?
Se parliamo dell’AC40, la forza fisica per regatare è quasi inesistente. Oggi, ciò che conta davvero è la forza mentale, la capacità di regatare sotto pressione e la prontezza nel prendere decisioni. Questa barca, essendo one design, è pensata per gareggiare ad armi completamente pari. Anche il peso delle veliste deve essere uguale, e la parte mancante viene aggiunta sotto il sedile. L’unico sforzo fisico reale è spostare le vele, perché una volta armata la barca, tutto il resto si gestisce con tasti e joystick.
– A bordo del 40 piedi: quali sensazioni?
Emozioni e adrenalina fortissime. Io vengo da barche classiche, completamente dislocanti, quindi salire per la prima volta su un 40 piedi che vola a 40 nodi di poppa e a un metro dall’acqua, è stata una sensazione davvero incredibile. Tuttavia, anche se non ci sono le classiche cime, è pur sempre una barca a vela: la visione della regata e la sensibilità del velista rimangono le stesse.
– Guardando indietro alla tua carriera velica: quanto complesso è stato inserirti in un contesto dove ci sono prevalentemente uomini?
Non l’ho mai vissuta come una difficoltà. È noto che, una volta concluse le classi olimpiche, dove c’è una divisione equa tra uomini e donne, lo sport della vela sia prevalentemente maschile. Tuttavia, credo che si stia lavorando sempre di più nella direzione di integrare maggiormente le donne e che sempre di più si stia dando lo spazio giusto.
– Qual è il momento che ricordi di maggiore soddisfazione, per aver fatto un passo avanti nell’integrazione e inclusione nel mondo della vela?
Credo che il momento di maggiore soddisfazione sia stato sulla classe olimpica 470, dove ho vinto l’Europeo Juniores mixed e il terzo posto all’Europeo Juniores, regatando contro i maschi perché ero a prua di Andrea Totis. Da quel momento mi si sono aperte molte porte anche sulle barche più grandi.